Non era questo il piano. Eppure sono esattamente dove devo essere.

Quando ho finito il liceo, il mio piano era preciso.

Università. Ricerca. Laboratorio. Cellule. Magari, perché no, un Nobel.

Gli esseri umani, invece, li trovavo complicati. Troppo imprevedibili. Troppo difficili da gestire emotivamente. Con le cellule si stava molto meglio: non ti guardavano, non ti giudicavano, non portavano storie che ti entravano sotto la pelle.

Ero atea, materialista, tutta scienza e razionalità. Il mondo era fatto di molecole, di dati, di sequenze. E questo mi bastava.

Poi è successa una cosa.

Non importa quale, che non è questo il punto. Il punto è che quel sogno si è infranto, e io mi sono ritrovata a ricominciare da capo. Ho fatto di tutto: il bar, la commessa in un negozio di abbigliamento (un disastro epocale), la responsabile del personale di un’azienda. Tutto fuorché quello che avevo immaginato.

E nel mezzo di questo caos, qualcosa ha cominciato a muoversi.

La scintilla

Non so esattamente come descriverlo.

Da materialista convinta, ho iniziato a sentire che c’era qualcosa che la scienza – almeno quella che conoscevo – non riusciva a contenere del tutto. Non era una conversione religiosa. Era più come un’incrinatura. Una crepa nella certezza.

Il mio punto di partenza è stato il divino femminile, attraverso quell’esperienza trasformativa e travolgente che è stato dare alla luce i miei figli. Quel senso di potere, potere nel senso più vero, più primordiale, mi ha aperto a qualcosa di impensabile fino ad allora.

Ho cominciato a studiare qualunque cosa e ad ascoltare il corpo. Il mio, innanzitutto. Ho iniziato a ricevere trattamenti – massaggi, riflessologia, campane tibetane – e a stare bene. A stare meglio di quanto stessi da anni.

Finché chi me li faceva mi ha detto: è ora che tu li faccia agli altri.

Ho resistito.

Ho resistito più che ho potuto.

Non è raro, questo. Chi finisce per lavorare nel benessere talvolta ci arriva dopo aver detto no. A volte anche dopo anni di no.

Poi, piano piano, sono entrata nel mondo olistico. Ho studiato, approfondito, accumulato. Ma non riuscivo a trovare la mia dimensione.

Tutto bello. Tutto interessante. Ma c’era qualcosa che non tornava.

Da una parte avevo la scienza – quella che conoscevo, quella in cui avevo creduto, quella che mi aveva formata. Dall’altra questa nuova spiritualità, che sembrava chiedermi di accettarla per fede, senza un terreno sotto i piedi. Era come vivere in due metà separate. Due lingue che non riuscivano a parlarsi.

Mi sentivo scissa. Divisa. E non trovavo equilibrio dentro, né un posto nel mondo.

L’intuizione

E poi è arrivata la domanda.

E se l’epigenetica fosse il centro di tutto?

Sono tornata a studiare (di nuovo). Autonomamente, questa volta, senza aspettare che qualcuno mi guidasse. Ho approfondito, costruito, collegato. Ho costruito l’impianto teorico di quello che sarebbe diventato il mio metodo, Epigenetica Evolutiva, pezzo dopo pezzo, come si assembla qualcosa che non ha ancora un nome ma che senti già nelle ossa che è reale.

La scienza e la spiritualità non erano in contraddizione. L’epigenetica, quella dei laboratori, quella delle pubblicazioni, ci dice che l’esperienza lascia tracce. Nel corpo. Nel DNA. E che queste tracce si trasmettono. Di generazione in generazione. Senza che nessuno lo sappia, senza che nessuno l’abbia scelto.

Non era fede. Era ricerca. Era esattamente quello che avevo sempre voluto fare, solo che ora non riguardava le cellule su una piastra. Riguardava le persone. Le loro storie. Le memorie che portano senza saperlo.

Non ho mai smesso di scavare. Non ho mai smesso di fare ricerca. Solo che ora è ad un altro livello, ad un'altra profondità.

Ma tra capire e riuscire a calare nella pratica, c’è ancora un salto.

Ho scoperto la genealogia. La sistemica. Le tecniche energetiche. Ho trovato AGER (Age Gate Energy Release), e ho capito che era lo strumento che cercavo: qualcosa che lavora direttamente sul corpo, sulle memorie non elaborate, sulle tracce che restano nel tempo.

E a quel punto tutto ha avuto un senso interno. Non c’era più separazione. Ero integra – finalmente – in quello che facevo.

Il nodo che non riuscivo a vedere

Potrei fermarmi qui. Raccontarti che ho trovato il mio posto, che ora sono esattamente dove devo essere… e sarebbe vero.

Ma ci sarebbe un pezzo mancante.

Perché in questo percorso, lungo e tortuoso, ho incontrato tutte le mie fragilità e i miei blocchi. La prima, qualcosa che conoscevo fin da bambina: un senso di impotenza profonda. Una grandissima sfiducia in me stessa e nelle mie capacità. La sensazione di non essere abbastanza, abbastanza brava, abbastanza preparata, abbastanza credibile, per fare questo lavoro.

Non era insicurezza generica. Era qualcosa di più radicato, più antico. Una voce che non riconoscevo del tutto come mia.

E allora ho fatto quello che insegno alle persone con cui lavoro: ne ho seguito le tracce. Ho cercato i ganci originari. E li ho trovati, non nella mia storia, ma in quella di chi è venuto prima di me. Nei miei antenati e nella mia gemella scomparsa in utero. In memorie non elaborate che si erano trasmesse senza che nessuno lo sapesse, senza che nessuno l’avesse scelto.

Le ho sciolte.

E da quel momento qualcosa è cambiato. Non nel senso che sono arrivata alla fine della ricerca interiore: non si arriva da nessuna parte, forse ci arriveremo con l’ultimo respiro, o forse no. Intendo nel senso di aver trovato il mio posto. Di poter stare pienamente in quello che faccio, senza niente che tira dall’altra parte.

Il lavoro continua. Continuerà sempre. Non perché ci sia qualcosa di sbagliato in me, in te, in chiunque, ma perché siamo esseri in evoluzione costante. E dobbiamo costantemente aggiornare i nostri schemi di risposta per stare in un mondo che non smette mai di cambiare. Il lavoro diventa semplicemente più sottile. Più preciso. Più in profondità.

il lavoro su di sé è un viaggio che continua per tutta la vita, portando sempre più luce. Valentina Cavalieri - Epigenetica Evolutiva. nell'immagine un sentiero nel bosco illuminato dalla luce
Foto di Adrien Tutin su Unsplash

 

Perché te lo racconto

Se lavori nel benessere, o se stai pensando di farlo, può essere che riconosci qualcosa in questa storia.

Non necessariamente i dettagli. Ma forse quella sensazione di portare qualcosa di tuo mentre accompagni gli altri, o un tuo nodo che conosci bene (e che i clienti ti presentano in modo sincronicamente persistente…), una difficoltà che si ripresenta. Qualcosa che non si sposta, nonostante tutto il lavoro che hai già fatto su te stessa o te stesso.

Non è una coincidenza.

Chi sceglie di lavorare a contatto con le persone, con il loro corpo, con le loro storie, con quello che non riescono ancora a nominare, raramente lo fa per caso. C’è quasi sempre qualcosa di personale, sotto. Qualcosa di non ancora finito.

E non è un problema, anzi! Può diventare la risorsa più preziosa che hai, a patto di non lasciarla lì, ferma, irrisolta.

Questo è diventato il mio lavoro. Ho chiamato il metodo che ho costruito Epigenetica Evolutiva, e da anni accompagno persone, molte delle quali sono colleghi o colleghe che lavorano nella crescita personale e sul benessere della persona, a sciogliere esattamente quel tipo di nodo.

Se senti che c’è qualcosa in te che continua a non muoversi, sono qui.

Valentina

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