"La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare...
Mi fido di te, mi fido di te, cosa sei disposto a perdere?"Jovanotti
Per anni ho creduto di non avere fede.
A quattordici anni ho guardato in faccia la mia famiglia e ho detto: “Io sono atea”. Non capivo quella fiducia placida che vedevo negli occhi di mia madre, dei miei fratelli. Per me era finta, cieca, imparata. O peggio, una scorciatoia.
Io non ce l’avevo. Mi sentivo diversa. O rotta. Difettosa. E più cercavo di capire cosa non andasse, più mi allontanavo.
Quella parola enorme, tenera e spaventosa: fede. Non la religione. Non le preghiere. Ma quella roba invisibile che ti fa sentire che puoi lasciarti andare e non romperti.
Io quella cosa non la sentivo. Ma la cercavo. Disperatamente. Cercavo di fabbricarla con la mente, di controllarla, di afferrarla con la forza. Come si fa con l’amore quando si ha paura di perderlo.
Solo anni dopo, quando ho partorito, quando ho spalancato il corpo e il cuore alla vita, l’ho sentita.
Era lì. Dentro di me.
Una potenza divina che mi attraversava le ossa e il sangue.
Vita che chiama vita.
Una certezza assoluta che, forse, avevo conosciuto solo da neonata, tra le calde e forti braccia della mia mamma.
Perché dev’esserci stato un tempo in cui l’ho sentita forte, totale, reale. Altrimenti oggi non la desidererei così tanto.
Perché ciò che non si è mai vissuto, il sistema non lo cerca. Non lo riconosce. Non lo brama.
E poi, ad un certo punto qualcosa è cambiato.
Quella piccola bambina ha scoperto che i grandi non sempre ti vedono.
Che possono anche farti male, senza volerlo.
E allora ho iniziato a dubitare.
Forse non era sicuro affidarsi.
Forse era colpa mia. Forse avevo fatto qualcosa di sbagliato.
È inconcepibile per un bambino pensare che i propri genitori sbagliano, ed è stato così anche per me.
Così ho fatto ciò che fanno molti bambini non visti:
ho cercato di diventare ciò che pensavo loro volessero che fossi.
Brava. Educata. Saggia. Grande.
Quella che aiuta la mamma. Quella che ascolta il papà. Che non fa rumore.
Ho indossato una maschera perfetta.
E per farlo, ho imprigionato la mia parte bambina, quella libera, istintiva, piena di colori.
L’ho sepolta sotto strati di doveri e sorrisi finti.
Ho spento la mia voce interiore.
Ho rinunciato a me. E l’ho fatto volontariamente e con un amore immenso verso mamma e papà.
Tutto questo, solo per poter tornare in quell’abbraccio.
Quello che mi faceva sentire al sicuro.
Quello che era fede pura.
Il mio corpo, fedele messaggero, ha fatto il resto.
Si è fatto solido, chiuso, strutturato.
Ha imparato a difendersi dalla vita, perché l’ignoto era diventato pericoloso.
Mi sono chiusa in un bozzolo che sembrava sicuro, ma era una prigione.
Un rifugio sterile costruito col ferro del controllo, col cemento della paura.
Ogni gesto, ogni pensiero, ogni emozione passava prima sotto la lente della sopravvivenza.
Non c’era più spazio per la vita vera.
Mi muovevo come un animale addestrato: impeccabile, inoffensiva, prevedibile.
Fede? No.
C’era solo l’ossessione di non sbagliare, di non espormi, di non sentire troppo.
Tutto sotto controllo, sì.
Ma al prezzo della libertà, del respiro, dell’anima.
E per non rischiare di cadere…
Avevo smesso di volare.
È ironico, no?
Quello che desideravo di più – sentirmi al sicuro, accolta, viva –
è diventato ciò che più temevo.
Succede sempre, in effetti: la paura che accompagna il desiderio…
Eppure, qualcosa dentro di me ha continuato a battere.
Una sensazione di pancia, che sembrava dirmi:
“Apri le braccia. Salta. Fidati.”
E tutte le volte che l’ho fatto…
tutte le volte che ho sfidato la vertigine e ho scelto di affidarmi alla vita,
è stato bellissimo.
Spaventoso, sì. Ma potente. Vero. Liberatorio.
Perché questa è la fede che conosco ora.
Quella che si costruisce nel buio.
Quella che dice:
“Non sai se volerai. Non sai se cadrai. Ma non puoi restare ferma per sempre.”
E allora ogni giorno diventa un piccolo salto.
Ogni giorno è un nuovo inizio.
Un movimento verso l’ignoto, con il cuore spalancato.
“The way to fly is to throw yourself at the ground and miss.” "Il modo per volare è lanciarsi a terra... e mancarla."
Douglas Adams
Io sto imparando a volare.
Ancora e ancora.
E forse, se stai leggendo queste parole, anche tu.
E allora ti dico questo:
Quella fede che hai perso, quella fiducia che ti sembrava morta o mai esistita – non è andata perduta per sempre.
È rimasta lì, nascosta, silenziosa, ad aspettare che tu fossi pronta a tornare.
Perché se l’hai sentita una volta, fosse anche da neonata, puoi riconnetterti ad essa: è scritta nel tuo codice epigenetico, in ogni tua cellula, nel tuo sistema nervoso, in attesa di venire risvegliata. Ma serve attraversare la ferita, guardare in faccia la separazione, sentire tutto quel dolore che hai evitato per anni. Solo così può riaprirsi il canale. Solo così può tornare quella voce che dice: “Puoi fidarti. Puoi mollare. Sei sostenuta.”
Se queste righe hanno toccato qualcosa dentro di te, se anche tu senti quel nodo alla gola quando parliamo di fede, quella nostalgia di qualcosa che forse hai conosciuto da piccolissimo e poi perso per strada… sappi che ci si può tornare.
È un processo. Non sempre facile. Ma possibile. E bellissimo.
Se vuoi, posso accompagnarti in questo cammino. Scrivimi per una sessione individuale, o iscriviti alla mia newsletter per ricevere spunti, pratiche, parole che aprono.
Non sei solo. Non sei sola.
E puoi fidarti. Puoi mollare. Sei sostenuto. Sei sostenuta.


