Il prelievo: quando un gesto semplice accende un allarme antico
E. ha 44 anni e descrive una reazione stabile ai prelievi di sangue: ansia anticipatoria, tachicardia, giramenti di testa, la sensazione concreta di poter svenire. Non è un episodio isolato: c’è “da sempre”. Da bambina, racconta, dovevano perfino tenerla ferma per riuscire a completare esami e piccoli prelievi.
Quando decide di lavorarci, fa una cosa essenziale: cerca un punto di origine plausibile. Parlando con la madre emerge un dettaglio preciso, e per me molto significativo: durante la gravidanza la madre si tagliò profondamente una mano e la vista del sangue la turbò al punto da lasciarle uno strascico emotivo “da quel momento in avanti”.
Quando un sistema reagisce in modo sproporzionato a uno stimolo specifico, vale la pena verificare se esiste una memoria non elaborata — anche molto precoce — che continua a mantenere acceso l’allarme.
È in situazioni come queste che AGER può essere lo strumento perfetto.
AGER (Age Gate Energy Release) è un metodo di riequilibrio cosciente che integra la crono-riflessologia del cronogramma spinale con strumenti come EFT (Emotional Freedom Technique) e TAI (Tecniche di Alchimia Interiore). L’idea di base è che alcune esperienze (reali, immaginate o “pensate”) possano restare come sequenze emotive non concluse e continuare a riattivare il sistema nel presente. I cronopunti sono 24 aree cutanee collegate a specifiche età: stimolandole con uno stimolo leggero e un’intenzione chiara, si può intercettare la memoria associata, lavorare ciò che emerge con tecniche di elaborazione e verificare la riduzione della carica. Può essere usato anche in auto-aiuto, ma dà il meglio nella relazione d’aiuto. Puoi trovare maggiori informazioni su AGER qui.
La mappa: tre coordinate nel tempo (più una che arriva dopo)
Per orientare il lavoro uso una mappa semplice. In questo caso avevamo tre coordinate chiare:
- Presente: E. ha 44 anni (corrispondente al cronopunto D3)
- Periodo intrauterino: la plica ombelicale (cronopunto legato alla fase nel grembo)
- Gravidanza della madre: madre 20 anni al momento del taglio (corrispondente al cronopunto D8)
Solo più avanti compare una quarta coordinata: un episodio recente (un anno prima) in cui E. era stata male durante un prelievo, che aveva rinforzato il timore (cronopunto D4).
Il punto di partenza: dare un numero all’allarme
Prima di iniziare, chiedo sempre un valore di intensità al tema di partenza. Serve a due cose: verificare se stiamo davvero muovendo il tema, e impedire alla mente di “raccontarsela” per compiacere l’operatore o sé stessa.
E. attribuisce all’ansia legata all’idea di fare un prelievo un’intensità 7/8. L’obiettivo operativo è quello di portarla a 0, cioè alla completa neutralità.
Primo passaggio: ombelico e onde di rilascio
Partiamo dalla plica ombelicale. La stimolazione attiva rapidamente il punto e iniziano a emergere percezioni fisiche “a onde”: arrivano, raggiungono un picco, poi si dissolvono e lasciano spazio ad altro. È un andamento che ho osservato spesso: quando una memoria è pronta, il solo fatto di darle spazio percettivo può avviare già da sé lo scioglimento.
In E. compare un fastidio diffuso, descritto come “unghie sulla lavagna”. Lo lavoriamo con giri di TAI (formulati sulle parole che ha espresso lei, senza interpretazione di sorta). Il fastidio svanisce, ma resta un’allerta: “come se ci fosse un pericolo”. Seguono rilasci fisici marcati (salivazione, pressione al petto, fastidio agli occhi, pressione alla testa) e poi un rilassamento profondo, quasi senza pensieri. A un certo punto E. descrive anche una percezione molto corporea: l’ombelico che “si espande”, come a fare spazio.
Quando il sistema arriva lì, per me è un segnale: è il momento di testare il punto “specchio” collegato alla madre.
Secondo passaggio: il cronopunto materno (D8)
E. stimola D8 (la piega tra falange e palmo dell’indice sinistro). Le sensazioni sono sorprendentemente speculari a quelle comparse sull’ombelico: salivazione, pressione al petto, fastidio agli occhi e alla testa, e lo stesso rilassamento. Non lo tratto come “prova” di qualcosa: lo considero coerenza interna del processo, compatibile con la fase in cui madre e feto condividevano lo stesso corpo fisico.
Ritornando poi all’ombelico emerge un’immagine: un neonato e la madre giovane “come una fotografia”. Un giro di TAI sull’immagine della madre fa dissolvere la scena.
Il test: cosa è cambiato rispetto al prelievo?
Qui arriva la parte che, nei casi, trovo più istruttiva: non dare per scontato che la prima apertura risolva tutto.
Facciamo un giro di TAI sull’idea di fare un prelievo e l’intensità scende da 7/8 a 6. È un calo reale, ma non è ancora la chiusura. E infatti emerge subito un secondo strato: paura di star male, del giudizio degli infermieri, vergogna. Lavoriamo su “tutto quello che può succedere se il prelievo va male” e l’intensità scende a 4.
A quel punto appare un’informazione concreta: E. era stata male durante un prelievo un anno prima. È la memoria più recente che sta rinforzando la capsula.
Lo strato recente: D4
Stimoliamo D4 (indice mano destra, piega intermedia) e lavoriamo il “momento in cui sono stata male durante il prelievo”. Il corpo risponde con rilasci molto specifici, inclusi dolori puntori nei punti tipici del prelievo (dorso della mano, piega dell’avambraccio). Facciamo anche un giro su “paura di stare male di nuovo”. L’intensità scende a 3/4.
Fantasie e anticipazioni: il carburante della paura
Qui scelgo di non restare solo sull’episodio passato, ma di togliere energia alle immagini mentali che alimentano la paura: un giro sul “pensiero di fare il prelievo” e uno sulle “fantasie che mi faccio prima di fare un prelievo”. L’intensità scende a 2. E. descrive un cambiamento qualitativo: il prelievo come qualcosa di inevitabile, sì, ma affrontabile.
L’ultima soglia: non è il prelievo, è il giudizio
Resta un residuo: fastidio e rabbia verso sé stessa per “avere paura di una cosa così”. Qui emerge una parte giudicante, poco accogliente. Lavoriamo allora sul dialogo tra parti:
- “quella parte di me che non capisce perché dovrei temere un prelievo”
- “quella parte di me che teme il prelievo”
L’intensità arriva a 1. Un ultimo giro su “tutto ciò che rimane legato al prelievo” porta finalmente a 0.
Chiusura e integrazione
A fine sessione E. riferisce che, se dovesse fare un prelievo a breve, lo affronterebbe con naturalezza, come un gesto pratico “che va fatto”, senza allarme. Chiudiamo con armonizzazione e indicazioni di integrazione (Star of Bethlem su ombelico e cronopunti attivati nei giorni successivi) per sostenere il sistema nella riorganizzazione interna post sessione.
Cosa rende questo caso utile
Un caso semplice, ma completo: si parte dal trigger, si lavora lo strato più antico, si scioglie il rinforzo recente e si chiude il residuo legato al giudizio interno.
La sua utilità, per chi legge, sta nel fatto che il processo resta tracciabile: c’è un valore iniziale (7/8), una mappa temporale essenziale, e una sequenza di passaggi verificabili che porta a un esito misurabile (0).
Prima emerge la componente precoce, agganciata al periodo intrauterino e alla gravidanza materna: non come “storia da interpretare”, ma come risposta corporea che si attiva e poi rilascia. Poi compare ciò che, nel tempo, ha consolidato l’allarme: l’episodio recente in cui il prelievo è andato male, che rende la paura più “credibile” e più immediata. Infine affiora l’ultima resistenza, spesso la più tenace: non la paura in sé, ma la frizione interna tra una parte che teme e una parte che giudica quel timore. È lì che il tema smette di essere solo “prelievo” e diventa relazione con sé stessi.
La chiusura non arriva forzando, ma seguendo dove la carica si sposta, fino a quando il sistema non ha più motivo di mantenere acceso l’allarme.
(Nota essenziale: questo è un esempio di lavoro di accompagnamento e non sostituisce percorsi o indicazioni mediche.)
Se il tema dei prelievi (o del sangue) ti accende un allarme che non riesci a spegnere con la volontà, è un buon candidato per un lavoro individuale.
Il punto non è “farsi coraggio”: è togliere carica a ciò che il corpo sta ancora trattando come pericolo, oggi, anche se la mente sa che non lo è.
Se desideri parlarne insieme, io ci sono.
FAQ
1) Perché mi viene ansia (o rischio di svenire) quando devo fare un prelievo?
In molti casi non è “solo paura”: è una risposta automatica del sistema a uno stimolo specifico. A volte nasce da esperienze dirette, a volte da episodi precoci o indiretti, e spesso viene rinforzata da un evento recente (ad esempio un prelievo andato male) e dal giudizio su di sé.
2) Devo ricordare per forza l’episodio “da cui è iniziato tutto”?
No. Il lavoro non richiede necessariamente un ricordo chiaro o una narrazione precisa. Si lavora su ciò che è presente ora (sensazioni, immagini, carica emotiva, anticipazioni) e si segue la traccia che emerge, verificando i cambiamenti.
3) Quante sessioni servono per un tema come l’ansia da prelievo?
Dipende da quanto il tema è stratificato e da quanti “rinforzi” si sono aggiunti nel tempo. A volte una sessione può produrre un cambiamento netto; altre volte serve un ciclo breve per stabilizzare e chiudere tutti gli strati (origine, rinforzo recente, giudizio interno e ciò che è correlato).
4) AGER è una terapia?
No: è un lavoro di accompagnamento e riequilibrio in ambito non sanitario. Se sono presenti condizioni mediche o sintomi rilevanti, la parte clinica va sempre gestita con professionisti sanitari.
5) E se il problema non è il prelievo, ma la vergogna di avere paura?
È molto comune. Spesso la parte più tenace non è il trigger in sé, ma la frizione interna: una parte che teme e un’altra che giudica quel timore. Lavorare anche su questo passaggio è ciò che, spesso, rende stabile la chiusura.


